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Cyramza non migliora in modo significativo la sopravvivenza globale nei pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato


I risultati dello studio REACH di fase 3 hanno mostrato che la terapia con Cyramza ( Ramucirumab ) non migliora in modo significativo la sopravvivenza rispetto al placebo nei pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato dopo trattamento con Sorafenib ( Nexavar ).

Il cancro del fegato in fase avanzata è associato a una prognosi sfavorevole con limitate opzioni di trattamento.
Ad oggi, diversi studi di fase 3 non sono stati in grado di dimostrare un miglioramento della sopravvivenza nel trattamento di seconda linea dopo fallimento di Sorafenib.
Ulteriori analisi dello studio REACH hanno individuato l’alfa-fetoproteina come un potenziale marker per la selezione dei pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato che possono trarre beneficio dal trattamento con Ramucirumab.

Lo studio REACH ha reclutato 565 pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato che hanno completato il trattamento di prima linea con Sorafenib da 154 Centri in 27 Paesi nel periodo 2010-2013.
Questi pazienti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere 8 mg/kg di Ramucirumab ( n=283 ) oppure placebo ( n=282 ) ogni 2 settimane, oltre a terapia di supporto.
I pazienti sono stati seguiti fino alla progressione della malattia, tossicità inaccettabile o mortalità. La durata mediana della terapia per i pazienti che hanno ricevuto Ramucirumab è stata di 12 settimane versus 8 settimane nei pazienti che hanno ricevuto placebo.

La sopravvivenza globale mediana per i pazienti trattati con Ramucirumab è stata pari a 9.2 mesi e 7.6 mesi per i pazienti trattati con placebo ( HR=0.87; 95% CI, 0.72-1.05 ).

La sopravvivenza mediana libera da progressione è stata di 2.8 mesi per i pazienti trattati con Ramucirumab versus 2.1 mesi per i pazienti trattati con placebo ( HR=0.63; 95% CI, 0.52-0.75 ).

Sebbene la sopravvivenza mediana globale non era statisticamente significativa, un sottogruppo pre-specificato di pazienti con elevati livelli basali di AFP di almeno 400 ng/mL ha mostrato un miglioramento maggiore della sopravvivenza con il trattamento con Ramucirumab.

Il tempo mediano alla progressione del tumore è stato di 3.5 mesi nel gruppo Ramucirumab versus 2.6 mesi nel gruppo placebo ( HR=0.59; 95% CI, 0.49-0.72 ).

Più pazienti nel gruppo Ramucirumab ha raggiunto il controllo della malattia rispetto ai pazienti che hanno ricevuto placebo ( 159 vs 129; p = 0.011 ).

Il 10% dei pazienti nel gruppo Ramucirumab ha interrotto il trattamento a causa di eventi avversi ( n=28 ) rispetto al 3% nel gruppo placebo ( n=8 ).

Gli eventi avversi di grado 3 o superiore sono risultati simili tra i due gruppi; le complicazioni più frequenti sono state: ascite ( 5% nei pazienti trattati versus 4% nel gruppo placebo ); ipertensione ( 12% vs 4% ); astenia ( 5% vs 2% ); aumento dei livelli di aspartato aminotransferasi ( 5% vs 8% ); trombocitopenia ( 5% vs inferiore a 1% ); progressione del tumore ( 6% vs 4% ); iperbilirubinemia ( 1% vs 5% ); e aumento della bilirubina nel sangue ( 2% vs 5% ).

Dallo studio non è emerso un miglioramento della sopravvivenza globale con l'uso di Ramucirumab dopo la prima linea a base di Sorafenib, tuttavia gli effetti del farmaco nei pazienti con elevate concentrazioni di alfa-fetoproteina al basale di 400 ng/mL possono giustificare ulteriori indagini. ( Xagena2015 )

Fonte: Lancet Oncology, 2015

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